Circa due mesi fa sono finita al pronto soccorso per una sospetta appendicite che poi si è scoperta essere l'infiammazione di una tuba. Nulla di grave, antibiotici, un po' di riposo ed è passato tutto. Tutto tranne il pensiero che mi ha accompagnata durante l'attesa della diagnosi: e se mi dicessero che non posso avere un altro figlio? Siccome l'idea di farne un altro c'è sempre stata anche se non ben collocata in uno spazio temporale, in quel momento, sdraiata al pronto soccorso ginecologico, circondata da panze felici, ho avuto l'illuminazione. Io lo voglio. Subito, adesso. Anzi, se ci fosse mio marito ora lo farei pure qui sulla barella, con la flebo attaccata. Mi veniva da dire: No, guardi dottore, adesso non posso proprio, facciamo che io ora corro a fare un figlio, poi torno, lei mi visita e mi dice cosa ho. Come se rimandare la diagnosi ne scongiurasse l'esito...Comunque, passato il momento di follia e appurato che l'infiammazione non ha lasciato danni, eccomi qua a fare i conti con quel pensiero. Quand'è il momento giusto per fare il secondo? Cioè il momento giusto per Patonza ma anche per noi, per me. Il momento giusto fisicamente è questo, lo so, perché ho quasi 35 anni e una gestosi alle spalle della quale porto ancora lo strascico della pressione alta. Quindi meno aspetto e meglio è. Ma il momento giusto per tutto il resto? Non nascondo che faccio fatica a gestirne una e mi domando se ci riuscirei con due. Dobbiamo ancora affrontare tante tappe con la prima e fare il secondo mi dà un po' l'impressione che equivalga a trascurare lei in un momento in cui ha così bisogno di noi. So ovviamente che non è così, che l'amore di mamma e papà non si divide ma si moltiplica. Però c'è qualcosa di inconscio che mi fa temere di non essere all'altezza. Senza contare che i primi mesi con Patonza sono stati traumatici, lei non dormiva, non mangiava e urlava continuamente. Non è detto che debba essere di nuovo così, magari dormirà, magari si attaccherà, magari riuscirò ad allattare, magari non avrà le coliche, magari non avrà il reflusso, magari non sarà stonzetto/a, magari, magari, magari. E se invece ne facessi un altro uguale? Ehm... So benissimo che il modello con il tasto ON/OFF che è stato dato alle mie amiche non si può ordinare ma arriva da solo (aggiungerei con una buona dose di culo)... Ma vabbè, questo piccolo "rischio" si deve correre.A mettermi in subbuglio la testa, c'è anche il fatto che abbiamo cercato Patonza per parecchi anni, anni passati girando ospedali, medici, affrontando analisi e cure. Poi lei un bel giorno ha deciso di arrivare da sola, senza dirci niente, fregandosene dell'appuntamento preso da mesi per l'inseminazione, facendoci la sorpresa più bella. Ecco, però quegli anni io me li ricordo bene e non ho voglia di ricadere in quel vortice di attesa, di speranze e delusioni. Non è detto che debba essere di nuovo così, magari questa volta arriverà subito, magari non mi farà vivere ogni mese attaccata a quell'illusione, magari non dovrò sospirare ogni volta che incontrerò una donna incinta, magari, magari, magari. E se invece...?Comunque questo mese c'è stato un ritardo, per caso, nulla di calcolato. C'è stato un test. Negativo. Anche se faccio quella che "mah non so, il momento giusto, bla bla bla", ci sono rimasta davvero male. Forse è un segno che questo è il momento giusto?
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lunedì 15 luglio 2013
mercoledì 26 giugno 2013
TU SEI LA MAMMA
Come si ritorna a vivere ironici e leggeri quando ti succede qualcosa che ti scombussola così? Si può tornare facendo finta di niente, senza raccontare, perché tanto ora va meglio e chissà magari non succederà più? Secondo me, no. Ho bisogno di scrivere per fare chiarezza tra i miei pensieri confusi. Perché confusa io mi sento ancora. Perché quando al mattino lasci tua figlia dai nonni per andare al lavoro e senti che ha qualche linea di febbre, dici solo di darle un po' di Tachipirina e di non farle prendere freddo. Perché non ti aspetti che possa arrivare una telefonata di tua madre disperata e della quale capisci solo: "Matilde. Non respira più. 118. Oddio". E in quegli attimi che sembrano eterni tu vorresti solo accovacciarti per terra e urlare, ma non puoi perché tu sei la mamma. E forse per la prima volta ti senti davvero la sua mamma. Una mamma non si può permettere di farsi prendere dal panico, una mamma non si può mettere in un angolino aspettando che qualcun altro intervenga al posto suo. Non può mandare avanti qualcun altro. Non c'è tempo per disperarsi. Una mamma deve cercare di rimanere lucida perché spesso è quel briciolo di lucidità che fa la differenza. E allora cerchi di non pensare che tuo marito è al di là del mare per un viaggio di lavoro e che da questo momento ci sei soltanto tu ad affrontare quel che sta succedendo. Cerchi di non pensare a quello che troverai alla fine della strada che divide il tuo posto di lavoro dalla casa dei nonni. Vai, corri più in fretta che puoi. Vedi l'ambulanza sotto casa e ti assale la disperata consapevolezza che è lì per tua figlia che ha solo 15 mesi. Ti precipiti su per le scale e in un attimo ti trovi davanti al letto dove la tua bambina è sdraiata con i paramedici intorno. Qualcuno ti dice di stare tranquilla, che si sta riprendendo, che la portano in ospedale per un controllo e per la prima volta senti quella parola: convulsioni. E di convulsioni non si muore, ma tu in quel momento non lo sai. Allora segui quel ragazzo con la tuta rossa che raccoglie da terra Topolino e te lo porge e ti dice di portarglielo in ospedale. Così attraversi la strada e sali sull'ambulanza con Topolino stretto in una mano, il cuore stretto in gola. Arrivi al pronto soccorso, ti avvicini alla barella e vedi che ha gli occhi aperti ma non ti guarda, non riconosce la tua voce e ricomincia a tremare violentemente. Infermiere, medici, valium, maschera di ossigeno. Seconda crisi. Senti le gambe che cedono, vorresti crollare ma non puoi perché tu sei la mamma. E poi il ricovero, 5 giorni di febbre che sembra non scendere mai. Le ore interminabili in reparto, quando tutti cercano darti il cambio ma tu non vuoi, non puoi. Tu sei la mamma. Devi stare lì e guardarla, osservare ogni minimo cambiamento. E ti ritrovi di notte, nei corridoi di pediatria con le altre mamme, in silenzio. Scambi di sguardi, sospiri, lacrime. I medici dicono che le convulsioni sono causate da un cambiamento repentino della temperatura, sia in discesa che in salita e che possono venire anche con la febbre bassa (lei ne aveva 38,1). In pratica le cellule celebrali, che nei bambini fino ai 6 anni non sono completamente sviluppate, si surriscaldano e danno il via alle convulsioni che sono episodi benigni e che non portano conseguenze se non quella di far perdere anni di vita ai genitori che assistono. Non si possono prevenire, non si possono prevedere. Possono essere episodi unici o che si ripetono ad ogni febbre. Di sicuro c'è però una predisposizione perché lei ne ha già avute due. Quindi lasci l'ospedale, pregando che non capiti mai più. Sai che devi sempre avere un micropan di valium a portata di mano, sai che durante la crisi devi metterla su un lato e spogliarla, sai che a 37,5 di febbre devi darle la Tachipirina. Ma non basta. Perché hai paura che capiti di nuovo, allora torni a casa e metti tua figlia sotto una campana di vetro. Dai in dotazione ai nonni o a chi passa anche solo un'ora con lei valium, Tachipirina e termometro. Non la mandi più al baby parking perché, si sa, i bambini si trasmettono di tutto, tieni lontano ogni amico o parente che abbia un raffreddore e guardi con sospetto i bimbi che si avvicinano al parco (ma al parco la porti la prima volta dopo 4 mesi). Poi dopo 5 mesi che non accade nulla e che non prende la febbre, un po' le difese le abbassi. Ed ecco che capita di nuovo. Prima di andare a nanna gioca come tutte le sere, è un po' agitata ma vabbè lei è Matilde, sappiamo com'è. La metti a dormire nel lettino e ti svegli improvvisamente perché lo senti sbattere. In una frazione di secondo apri gli occhi e ti rendi conto che il tuo incubo è tornato e nel peggiore dei modi: di notte. Ma tu sei la mamma e non puoi perdere la testa. Allora ti ripeti come un mantra che di convulsioni non si muore. Ghiaccio, termometro, valium, ambulanza e ospedale. Indagini per scongiurare lesioni o patologie come l'epilessia. Per fortuna è tutto nella norma. La prima diagnosi è confermata: convulsioni febbrili. Ritorni così a casa con un altro schock nel tuo bagaglio di mamma, puntando la sveglia ad ogni ora di notte per misurarle la febbre. Perché anche se ci sei già passata e sai che di convulsioni non si muore, ogni volta che vedi tua figlia in preda ad una crisi, un po' muori tu. Sai che devi essere preparata, che potrà succedere ancora, ma come si fa ad affrontare con questo terrore ogni febbre da qui ai 6 anni? Come si fa a pensare all'asilo, alle vacanze, alla cameretta da sola o ai week end dai nonni? Bisogna imparare a conviverci, bisogna trovare la forza e tu lo sai che se scavi in fondo alla paura, la forza ce l'hai perché tu sei la mamma. La sua.
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